Dalla felicità alla serenità: abitare la notte stellata

Felicità” deriva dal latino felix: fertile, fortunato, un raccolto abbondante che arriva dall’esterno. È legata al caso, al favore della sorte, a qualcosa che si riceve.
“Serenità”, invece, viene da serenus: cielo limpido, privo di nubi. Non descrive euforia, ma chiarezza e continuità, la trasparenza dell’aria dopo la tempesta.

Eppure, scambiamo l’una per l’altra. Inseguiamo la felicità come fosse il senso della vita: un lavoro, una relazione, un traguardo. Ogni cima diventa promessa di pienezza. Ma la felicità dura un lampo, e subito ne compare un’altra, più alta, più lontana.

Il problema è che quella vetta non esiste. È una creazione dell’Io: la parte della psiche che vive di desideri, confronti e ambizioni. L’Io rincorre mete sempre nuove per non guardare l’abisso che porta dentro. Ma l’abisso, prima o poi, ci chiama.

Anch’io ho vissuto così: proiettata verso l’alto, ho perso energie, relazioni, momenti. Ho trascurato chi mi voleva bene, rovinato rapporti che meritavano cura. Quando rincorri solo l’arrivo, il viaggio perde significato. E quando il viaggio perde significato, perdi te stessa.

Jung scriveva: “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si desta.”
Guardare dentro significa smettere di inseguire montagne immaginarie e imparare ad abitare il paesaggio interiore. È lì che si incontra il Sé, la totalità psichica che ci trascende, che raccoglie i nostri opposti, che non coincide con l’Io ma lo contiene.

Gran parte della sofferenza nasce quando proiettiamo all’esterno ciò che non riconosciamo in noi. Ci aspettiamo che l’altro ci dia amore, riconoscimento, approvazione. Ma ciò che chiediamo, spesso, è proprio ciò che non sappiamo darci. È la dinamica della proiezione: i nostri contenuti inconsci — desideri, paure, ferite — vengono attribuiti a qualcun altro, che diventa lo specchio dei nostri vuoti.

È per questo che la delusione fa così male: non perdiamo solo una persona, perdiamo la parte di noi che avevamo inconsciamente affidato a lei. La proiezione, però, non è un errore: è un passaggio evolutivo. Serve a mostrarci ciò che ci manca. Il lavoro psicologico consiste nel ritirarla, nel reintegrare dentro ciò che abbiamo delegato fuori. È un processo che Jung chiamava individuazione: diventare chi siamo davvero, interi, completi.

Un altro ostacolo sulla strada della serenità è il rapporto con la nostra ombra. Da bambini ci hanno insegnato che la notte è pericolosa, che il buio è minaccia. Cresciamo pensando che solo la luce sia accettabile, e così impariamo a rimuovere rabbia, fragilità, desideri inconfessabili. Ma ciò che nascondiamo non scompare: agisce nell’inconscio, riemerge nei sogni, nei sintomi, nei legami complicati.

L’ombra non è un ostacolo, ma una porta. Varcarla significa scoprire che proprio lì si trovano risorse vitali, capacità inesplorate, energie creative. È il volto oscuro dell’archetipo che ci abita.
E la notte stellata ne è il simbolo più potente: il buio è l’inconscio, lo spazio profondo e sconfinato che temiamo; le stelle sono i lampi di consapevolezza, le intuizioni che emergono solo quando smettiamo di combattere il silenzio.

Per questo la serenità non è un cielo sempre azzurro, privo di nubi. Un cielo simile sarebbe sterile, immobile. La serenità è il coraggio di stare nel conflitto, di attraversare il dolore senza negarlo, di dire a se stessi: “questa oscurità mi appartiene, e posso imparare ad abitarla.”

Non è pace piatta, ma equilibrio dinamico. È la danza degli opposti: luce e ombra, gioia e ferita, Io e Sé.
E non è un punto d’arrivo: si costruisce giorno dopo giorno. Il primo passo è smettere di rincorrere la vetta e chiedersi: “Cosa sto perdendo mentre inseguo ciò che credo mi salverà?”

Scriverlo su un foglio non è un atto banale: è un modo per rendere visibile l’invisibile. Non per giudicarsi, ma per riconoscere. Ogni volta che ritiriamo una proiezione, ogni volta che attraversiamo un pezzo della nostra ombra, facciamo spazio a una serenità più autentica.

La serenità non è un premio, né un traguardo. È ciò che accade quando smettiamo di correre e impariamo a stare. Non è assenza di buio, ma il coraggio di entrarci. Non è una vita senza ferite, ma la possibilità di dare senso anche alle cicatrici. Non è la cima della montagna, ma il terreno che impariamo ad abitare, giorno dopo giorno.

Forse la verità più liberante è questa: non c’è nessuna vetta da scalare.
C’è solo la tua notte stellata da attraversare.
E più smetti di temerla, più ti accorgi che le stelle non brillano nonostante il buio, ma grazie al buio.

Una replica a “Dalla felicità alla serenità: abitare la notte stellata”

  1. Avatar Chanti
    Chanti

    Grazie 💙 bellissimo articolo e parole intense che fanno riflettere ⭐️

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1 pensiero su “Dalla felicità alla serenità: abitare la notte stellata”

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