Tra emozione e azione – lo spazio che rende possibile scegliere.

Agiamo molto più spesso di quanto pensiamo spinti da ciò che proviamo, non da ciò che accade. Le situazioni esterne funzionano come attivatori, ma ciò che orienta davvero le nostre risposte è il movimento emotivo interno che si innesca, spesso in modo rapido e inconsapevole.

È qualcosa che incontro quotidianamente nel mio lavoro: lo stesso evento può generare reazioni completamente diverse. C’è chi, di fronte a una critica, si chiude; chi reagisce con rabbia; chi prova vergogna e si colpevolizza. E la stessa persona, in momenti diversi della vita, può rispondere allo stesso stimolo in modi opposti: a volte con distanza, altre con un’emozione che sorprende per la sua intensità.

Le emozioni non chiedono il permesso di manifestarsi. Nascono nel corpo, si esprimono attraverso tensioni, impulsi, sensazioni fisiche, e solo in un secondo momento diventano pensabili. Per questo molte azioni precedono la comprensione: parliamo, ci chiudiamo, attacchiamo, ci allontaniamo… e solo dopo ci chiediamo cosa sia successo. È in quel dopo che spesso arriva la consapevolezza: quando l’azione è già avvenuta e l’emozione ha già orientato la risposta.

Ed è proprio perché il funzionamento emotivo resta in gran parte fuori dalla consapevolezza che facciamo così fatica a riconoscerlo. Come sottolineava Paul Ekman, sappiamo ancora molto poco delle emozioni, nonostante siano loro a orientare le nostre scelte e la qualità della nostra vita. Quando non vengono riconosciute, continuano ad agire in sottofondo, influenzando il comportamento prima ancora che ce ne rendiamo conto.

La difficoltà emerge quando questo passaggio resta invisibile. Un’emozione non riconosciuta non scompare: si manifesta nelle reazioni sproporzionate, negli automatismi relazionali che si ripetono, nel senso di colpa che segue un comportamento impulsivo, nella fatica di spiegarsi perché “si è reagito così”.

Riconoscere un’emozione non significa controllarla né eliminarla. Significa creare uno spazio interno tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo. Dare un nome a un’emozione è un atto profondamente regolativo: interrompe l’automatismo e restituisce possibilità di scelta. Le emozioni non sono ordini da eseguire, ma informazioni. Parlano di bisogni, confini, ferite ancora attive, desideri non espressi. Quando vengono scambiate per comandi, rischiano di travolgerci; quando vengono ascoltate, possono orientare.

La differenza tra reagire e rispondere non è una questione di forza di volontà. È la capacità di accorgersi di ciò che si sta muovendo dentro, mentre accade. Anche una pausa minima può fare la differenza: non per bloccare l’emozione, ma per riconoscerla prima che l’azione prenda il sopravvento. Questo passaggio diventa particolarmente evidente nelle relazioni. È nei legami significativi che gli automatismi emotivi si attivano con maggiore intensità, perché vengono toccate parti profonde della nostra storia affettiva. È per questo che con alcune persone reagiamo più intensamente, o ci sentiamo “diversi da come vorremmo essere”.

Riconoscere ciò che proviamo, in questi momenti, diventa un atto di responsabilità emotiva. Non significa negare ciò che sentiamo, ma evitare di attribuire all’altro ciò che nasce dentro di noi e di usare l’azione impulsiva come unico linguaggio possibile. Riconoscere un’emozione è difficile non per mancanza di sensibilità, ma perché spesso non è stato insegnato come farlo. In alcuni contesti affettivi, sentire è stato vissuto come pericoloso, inutile o sbagliato.

Reagire senza ascoltarsi, razionalizzare o minimizzare diventano allora strategie apprese, modi di proteggersi più che limiti personali.

Imparare a riconoscere le emozioni non rende meno vulnerabili, ma più presenti. Non elimina la fatica emotiva, ma la rende abitabile. Le emozioni continueranno ad attivarsi; la differenza sta nel fatto che, quando vengono riconosciute, smettono di agire nell’ombra e diventano parte di un dialogo interno più ampio.

È in quello spazio che diventa possibile scegliere come stare nel mondo e nelle relazioni.

Il coraggio di abitarsi

C’è qualcosa di profondamente umano nel trovarsi davanti alle donne ritratte da Man Ray.
Kiki de Montparnasse, Lee Miller, Dora Maar e le altre figure che attraversano le sue fotografie non posano, non interpretano ma vivono.
Non cercano di piacere, non offrono un volto costruito per lo sguardo altrui.
Sono semplicemente lì  intere, presenti, radicate nel proprio corpo come in una casa che conoscono bene.

Camminando tra quelle immagini, mi sono sorpresa a osservare non tanto l’estetica, ma la naturalezza.
Una naturalezza che oggi è quasi rivoluzionaria.
Donne diverse tra loro, con corpi diversi, ma accomunate da un senso di libertà sottile: quella di chi abita sé stessa senza doversi difendere.
C’è in quei corpi qualcosa che non chiede permesso. Non cercano approvazione.

È come se il fotografo avesse colto un istante in cui lo sguardo e l’essere guardati si riconoscono.
Uno spazio fragile e raro, in cui la persona ritratta non si perde nello sguardo dell’altro, ma da quell’incontro emerge più consapevole di sé, come se per un attimo avesse potuto vedersi davvero.

Questo mi fa pensare a quanto lo sguardo costruisca  o deformi la nostra identità.
Fin dall’infanzia impariamo a riconoscerci negli occhi degli altri: il sorriso che ci accoglie, il giudizio che ci misura, la delusione che ci restringe.
Nel tempo, finiamo per guardarci con gli occhi di chi ci ha guardato.
Il corpo, allora, diventa una mappa di sguardi interiorizzati.
Ci muoviamo come se fossimo osservati anche quando siamo soli.
Cerchiamo di essere “a posto”, “adeguati”, “presentabili”  anche a noi stessi.

Eppure, quelle donne di Man Ray sembrano ricordarci un’altra possibilità abitare il corpo come presenza, non come immagine.


Restare in contatto con la materia viva di sé, invece che con la sua rappresentazione.
Non essere prigioniere dello sguardo, ma attraversarlo con autenticità e fiducia in sé.
C’è qualcosa di profondamente terapeutico in questa idea.


Perché in fondo,la libertà di cui parlano quelle fotografie non è urlata. È silenziosa, interiore.
È la libertà di non dover essere altro da sé.
Di poter dire: “Questo corpo sono io. Questa forma di luce mi appartiene.”

Forse è questo che l’arte, ci insegna che possiamo guardarci senza giudicarci, che possiamo lasciarci vedere senza perderci.
Che lo sguardo può essere anche un atto di riconoscimento, non solo di controllo.

Abitare il corpo, con le sue imperfezioni e la sua storia, è uno dei gesti più rivoluzionari che ci restano.

La zona di comfort: difesa o prigione?

Ci sono due frasi che sicuramente avrai detto almeno una volta:
“Non è il massimo, ma poteva andare peggio.”
“Ormai ci sono abituata.”

Sembrano frasi qualsiasi, ma dentro nascondono una dinamica molto comune: quella dell’adattamento che diventa anestesia.
È la mente che, per difenderci dal dolore del cambiamento, costruisce una storia rassicurante.
Ci convince che “va bene così”, che “non è poi così male”, pur di non affrontare l’incertezza.

La chiamiamo “zona di comfort”, ma spesso non è affatto confortevole.
È una zona di controllo, più che di benessere.
Un perimetro che la psiche disegna per tenere fuori l’imprevisto e con esso anche la possibilità di evolvere.

Lì dentro tutto è prevedibile: anche la frustrazione, anche la mancanza.
Eppure, proprio perché la conosciamo, ci sembra più gestibile di qualsiasi alternativa.

Il cervello è programmato per preferire il familiare al nuovo.
Ma la vita emotiva non segue la stessa logica.

A un certo punto, ciò che proteggeva diventa ciò che blocca: il sistema che ci teneva al sicuro inizia a toglierci ossigeno.
È in quel momento che compaiono segnali sottili irritabilità, stanchezza cronica, apatia, disinteresse, che non sono “solo stress”.
Sono la mente che ci sussurra: “non basta più sopravvivere.”

Restare fermi, è una forma di difesa.
Ma è anche una forma di rinuncia.
Perché crescere implica sempre una piccola perdita: la perdita dell’equilibrio momentaneo, della certezza, di un’identità che si conosce.
E la paura che accompagna ogni cambiamento non è un errore — è un segnale che stiamo attraversando un confine.

Uscire dalla zona di comfort non significa lanciarsi nel vuoto, ma riallinearsi con ciò che siamo diventati.
Significa ascoltare quella parte di noi che, sotto la paura, chiede spazio.

È un processo graduale, fatto di passi piccoli ma consapevoli: dire un no, prendere una distanza, scegliere in base a sé e non all’abitudine.
Ogni volta che lo facciamo, allarghiamo il confine del possibile.

La vera comfort zone, in fondo, non è un luogo stabile: è una condizione interna.
È sapere che possiamo tollerare l’incertezza, che possiamo ricominciare.
E che, fuori dal “poteva andare peggio”, esiste anche il diritto a dire: “ora voglio che vada meglio.”

Dalla felicità alla serenità: abitare la notte stellata

Felicità” deriva dal latino felix: fertile, fortunato, un raccolto abbondante che arriva dall’esterno. È legata al caso, al favore della sorte, a qualcosa che si riceve.
“Serenità”, invece, viene da serenus: cielo limpido, privo di nubi. Non descrive euforia, ma chiarezza e continuità, la trasparenza dell’aria dopo la tempesta.

Eppure, scambiamo l’una per l’altra. Inseguiamo la felicità come fosse il senso della vita: un lavoro, una relazione, un traguardo. Ogni cima diventa promessa di pienezza. Ma la felicità dura un lampo, e subito ne compare un’altra, più alta, più lontana.

Il problema è che quella vetta non esiste. È una creazione dell’Io: la parte della psiche che vive di desideri, confronti e ambizioni. L’Io rincorre mete sempre nuove per non guardare l’abisso che porta dentro. Ma l’abisso, prima o poi, ci chiama.

Anch’io ho vissuto così: proiettata verso l’alto, ho perso energie, relazioni, momenti. Ho trascurato chi mi voleva bene, rovinato rapporti che meritavano cura. Quando rincorri solo l’arrivo, il viaggio perde significato. E quando il viaggio perde significato, perdi te stessa.

Jung scriveva: “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si desta.”
Guardare dentro significa smettere di inseguire montagne immaginarie e imparare ad abitare il paesaggio interiore. È lì che si incontra il Sé, la totalità psichica che ci trascende, che raccoglie i nostri opposti, che non coincide con l’Io ma lo contiene.

Gran parte della sofferenza nasce quando proiettiamo all’esterno ciò che non riconosciamo in noi. Ci aspettiamo che l’altro ci dia amore, riconoscimento, approvazione. Ma ciò che chiediamo, spesso, è proprio ciò che non sappiamo darci. È la dinamica della proiezione: i nostri contenuti inconsci — desideri, paure, ferite — vengono attribuiti a qualcun altro, che diventa lo specchio dei nostri vuoti.

È per questo che la delusione fa così male: non perdiamo solo una persona, perdiamo la parte di noi che avevamo inconsciamente affidato a lei. La proiezione, però, non è un errore: è un passaggio evolutivo. Serve a mostrarci ciò che ci manca. Il lavoro psicologico consiste nel ritirarla, nel reintegrare dentro ciò che abbiamo delegato fuori. È un processo che Jung chiamava individuazione: diventare chi siamo davvero, interi, completi.

Un altro ostacolo sulla strada della serenità è il rapporto con la nostra ombra. Da bambini ci hanno insegnato che la notte è pericolosa, che il buio è minaccia. Cresciamo pensando che solo la luce sia accettabile, e così impariamo a rimuovere rabbia, fragilità, desideri inconfessabili. Ma ciò che nascondiamo non scompare: agisce nell’inconscio, riemerge nei sogni, nei sintomi, nei legami complicati.

L’ombra non è un ostacolo, ma una porta. Varcarla significa scoprire che proprio lì si trovano risorse vitali, capacità inesplorate, energie creative. È il volto oscuro dell’archetipo che ci abita.
E la notte stellata ne è il simbolo più potente: il buio è l’inconscio, lo spazio profondo e sconfinato che temiamo; le stelle sono i lampi di consapevolezza, le intuizioni che emergono solo quando smettiamo di combattere il silenzio.

Per questo la serenità non è un cielo sempre azzurro, privo di nubi. Un cielo simile sarebbe sterile, immobile. La serenità è il coraggio di stare nel conflitto, di attraversare il dolore senza negarlo, di dire a se stessi: “questa oscurità mi appartiene, e posso imparare ad abitarla.”

Non è pace piatta, ma equilibrio dinamico. È la danza degli opposti: luce e ombra, gioia e ferita, Io e Sé.
E non è un punto d’arrivo: si costruisce giorno dopo giorno. Il primo passo è smettere di rincorrere la vetta e chiedersi: “Cosa sto perdendo mentre inseguo ciò che credo mi salverà?”

Scriverlo su un foglio non è un atto banale: è un modo per rendere visibile l’invisibile. Non per giudicarsi, ma per riconoscere. Ogni volta che ritiriamo una proiezione, ogni volta che attraversiamo un pezzo della nostra ombra, facciamo spazio a una serenità più autentica.

La serenità non è un premio, né un traguardo. È ciò che accade quando smettiamo di correre e impariamo a stare. Non è assenza di buio, ma il coraggio di entrarci. Non è una vita senza ferite, ma la possibilità di dare senso anche alle cicatrici. Non è la cima della montagna, ma il terreno che impariamo ad abitare, giorno dopo giorno.

Forse la verità più liberante è questa: non c’è nessuna vetta da scalare.
C’è solo la tua notte stellata da attraversare.
E più smetti di temerla, più ti accorgi che le stelle non brillano nonostante il buio, ma grazie al buio.

Una replica a “Dalla felicità alla serenità: abitare la notte stellata”

  1. Avatar Chanti
    Chanti

    Grazie 💙 bellissimo articolo e parole intense che fanno riflettere ⭐️

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