La zona di comfort: difesa o prigione?

Ci sono due frasi che sicuramente avrai detto almeno una volta:
“Non è il massimo, ma poteva andare peggio.”
“Ormai ci sono abituata.”

Sembrano frasi qualsiasi, ma dentro nascondono una dinamica molto comune: quella dell’adattamento che diventa anestesia.
È la mente che, per difenderci dal dolore del cambiamento, costruisce una storia rassicurante.
Ci convince che “va bene così”, che “non è poi così male”, pur di non affrontare l’incertezza.

La chiamiamo “zona di comfort”, ma spesso non è affatto confortevole.
È una zona di controllo, più che di benessere.
Un perimetro che la psiche disegna per tenere fuori l’imprevisto e con esso anche la possibilità di evolvere.

Lì dentro tutto è prevedibile: anche la frustrazione, anche la mancanza.
Eppure, proprio perché la conosciamo, ci sembra più gestibile di qualsiasi alternativa.

Il cervello è programmato per preferire il familiare al nuovo.
Ma la vita emotiva non segue la stessa logica.

A un certo punto, ciò che proteggeva diventa ciò che blocca: il sistema che ci teneva al sicuro inizia a toglierci ossigeno.
È in quel momento che compaiono segnali sottili irritabilità, stanchezza cronica, apatia, disinteresse, che non sono “solo stress”.
Sono la mente che ci sussurra: “non basta più sopravvivere.”

Restare fermi, è una forma di difesa.
Ma è anche una forma di rinuncia.
Perché crescere implica sempre una piccola perdita: la perdita dell’equilibrio momentaneo, della certezza, di un’identità che si conosce.
E la paura che accompagna ogni cambiamento non è un errore — è un segnale che stiamo attraversando un confine.

Uscire dalla zona di comfort non significa lanciarsi nel vuoto, ma riallinearsi con ciò che siamo diventati.
Significa ascoltare quella parte di noi che, sotto la paura, chiede spazio.

È un processo graduale, fatto di passi piccoli ma consapevoli: dire un no, prendere una distanza, scegliere in base a sé e non all’abitudine.
Ogni volta che lo facciamo, allarghiamo il confine del possibile.

La vera comfort zone, in fondo, non è un luogo stabile: è una condizione interna.
È sapere che possiamo tollerare l’incertezza, che possiamo ricominciare.
E che, fuori dal “poteva andare peggio”, esiste anche il diritto a dire: “ora voglio che vada meglio.”

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